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Costruire la relazione scuola-famiglia: riflessione per gli insegnanti

Disclaimer: in questo articolo solo ed esclusivamente per fluidità nella lettura non declinerò tutti i riferimenti anche al femminile per quanto riguarda professori, figli, bambini, giovani, ecc. come sarebbe più corretto fare.


Nel corso di questi anni a contatto con professori e insegnanti di vario ordine e grado ho verificato spesso una grande difficoltà di relazione tra la scuola e la famiglia degli alunni, e questa difficile situazione viene descritta allo stesso modo ma con parole diverse da ambo la parti in gioco.

La complessità di questa relazione pesa sulle spalle di una generazione di bambini, ragazzi e giovani che rimangono nel mezzo.

Il rapporto tra la scuola e la famiglia non è però sempre stato come oggi ma ha attraversato diversi cambiamenti di pari passo con le evoluzioni della società nel quale si sviluppa.

Nelle generazioni passate, fino ad una o due prima di questa, la famiglia generalmente nutriva verso l’Istituzione scuola e chi la componeva una fiducia totale e incondizionata, mantenuta dal fatto che le si riconoscesse la capacità di trasmettere informazioni e cultura utili allo sviluppo personale e professionale del figlio e al conseguente cambiamento del suo status sociale.

Con la trasformazione del mondo del lavoro, anche l’impatto della cultura trasmessa in senso tradizionale è molto cambiato e oggi assistiamo al fenomeno molto diffuso della delega bilaterale, nella quale la famiglia attribuisce alla scuola ogni responsabilità di istruire il figlio e la scuola rimanda l’aspetto educativo all’interno delle mura domestiche.

Questo tacito accordo di non interferenza reciproca e di rigida complementarietà però è generalmente destinato a durare poco e viene messo in crisi in tutti quei momenti di difficoltà che il bambino o ragazzo incontra nel proprio percorso di studi e/o di vita. E’ in questi momenti che la tensione tra le due agenzie può diventare insostenibile ed esprimersi attraverso un sentimento di incomprensione reciproca.

Ovviamente le componenti di questo inciampo relazionale sono molte e molte possono essere le ipotesi da cui partire. Qui vorrei in particolare soffermarmi su un’ipotesi che vede alla base di questa difficoltà di relazione scuola-famiglia la colpevolizzazione vissuta dai genitori e che ritengo alla base di molti comportamenti di modalità attacco-fuga messi in atto nei confronti della scuola, quando quest’ultima tenta un loro coinvolgimento in situazioni più o meno complesse per il figlio.


Il vissuto di colpa ha varie origine storiche e culturali nella nostra società. Alcuni aspetti sono legati soprattutto all’identità culturale della donna, che più degli uomini, è stata “educata” a sentirsi più spesso in colpa per ciò che accade ai suoi figli in modo che ogni “fallimento” del proprio figlio rappresenta un colpo inflitto al proprio senso di Sé. Se a questo aggiungiamo il confronto con una società basata sempre più sulla performance, nella quale produrre ed essere felici appaiono sinonimi, possiamo comprendere le ansie genitoriali e la difficoltà ad accogliere feedback da parte della scuola. A mio avviso un altro elemento che contribuisce al sentimento di colpa che immobilizza molti genitori deriva dall’assenza di modelli di riferimento genitoriali validi che gli permetta di avviare un confronto utile per sentirsi orientati nel proprio modo di essere padri e madri sufficientemente funzionali per i propri figli, perché quelli posseduti vengono rifiutati o considerati inadatti a gestire le questioni post-moderne. Non riconoscersi in nessun modello genitoriale pre-esistente vuol dire anche faticare a trovare una dimensione pienamente Adulta, nella cui sintesi attuale non trovano più molto spazio i temi dell’impegno e della responsabilità.


Ma se il rischio di colpevolizzare il genitore è sempre più alto, anche se si hanno le migliori intenzioni, cosa può fare l’insegnante, la scuola per coinvolgere la famiglia nel percorso del figlio?


Credo che per creare una relazione soddisfacente ed efficace per il processo di crescita degli adulti di domani sia necessario ripartire dalla creazione dell’alleanza tra la famiglia e la scuola, a partire dall’impegno degli insegnanti a cui è affidato il compito, a mio avviso, di tracciarne il passo.

Ripartire dall’alleanza può sembrare un obiettivo semplice o già perseguito ma spesso si dimentica che tale collaborazione verso uno scopo comune necessita che tale scopo/obiettivo sia co-costruito insieme e non prestabilito da una parte e accettato dall’altra. Evitare il braccio di ferro dovrebbe essere la priorità, più importante raggiungere un obiettivo “meno ambizioso” ma determinato dal compromesso tra le parti piuttosto che impuntarsi da una parte o dall’altra per perseguire quello che si crede essere “il bene del ragazzo”.


Un altro punto su cui vorrei molto insistere è che la scuola abbia sempre ben chiaro in mente di dover lavorare per coinvolgere il padre, qualora ovviamente presente, nel processo educativo/formativo del figlio. Sebbene la normativa lo preveda, infatti, non sono molte le scuole che si adoperano per coinvolgere attivamente i padri o trasmettere direttamente loro le informazioni riguardo i figli, e questo vale tanto più per le coppie che sono insieme, nelle quali più spesso si riferisce solo alla madre, perché apparentemente più disponibile in termini di tempo o per retaggio culturale.


Se, parafrasando Whitaker, quello che mostrano le famiglie non è mai il massimo delle risorse disponibili, si comprende perché non sia utile accontentarsi di un “no”, ma cercare strade alternative per coinvolgere di più i padri, ne gioveranno i giovani ma anche la relazione complessiva tra la scuola e la famiglia.


Oltre a perdere risorse preziose di cui non si può fare a meno soprattutto in tempi come questi, tenendo fuori i padri, infatti, si incorre in quel fenomeno, di cui tutti noi come figli almeno una volta abbiamo assaporato gli effetti negativi, chiamato triangolazione. Senza voler entrare troppo nel tecnicismo, la triangolazione avviene quando la comunicazione e le interazioni tra due individui non avvengono direttamente, ma sono mediate da una terza persona al fine di deviare la tensione che si origina tra i due. L’effetto è quello di rimanere impigliati in giochi poco divertenti che non favoriscono l’alleanza con la famiglia e il lavoro con il figlio.


Ripartire dalla costruzione dell’alleanza con la famiglia e coinvolgere i padri è il primo passo per garantire a ciascuna parte coinvolta nella relazione e alle nuove generazioni una rete di sostegno che accompagni ciascuno a passare dal concetto della colpa allo sviluppo di un sempre più evoluto e funzionale senso di responsabilità come valore e modello di vita adulta.


rapporto scuola famiglia


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